lunedì 20 febbraio 2012

Nietzsche e l'antropologia filosofica di Scheler (2002)

 L'antropologia filosofica: dall''Übermensch di Nietzsche all'Allmensch di Scheler


Nei quaderni manoscritti che Scheler dedica al progetto di una antropologia filosofica (conservati al Nachlaß della Stabi di Monaco di Baviera) emerge in modo rilevante la centralità del confronto con Nietzsche. In due miei precedenti lavori – Le ali dell’eros. Per una riconsiderazione dell’antropologia filosofica di Max Scheler, in: «Annuario Filosofico», XV, 1999, 418; inoltre nella Guida alla lettura di La posizione dell’uomo nel cosmo, Milano 2004, 65 nota 34 – avevo già richiamato l’attenzione sull’importanza di un manoscritto inedito che finora era passato inosservato: il “quaderno 21”, 164 pagine in cui Scheler nel 1927 aveva raccolto alcune idee in vista di una conferenza su Nietzsche (catalogato ANA 315 B I 21 e poi parzialmente dattiloscritto dalla moglie in diversi fogli raccolti nella sezione catalogata ANA 315 CA V). 
Nel seguente lavoro, facendo tesoro anche di tali ricerche, per la prima volta si tenta di tracciare un bilancio dell'influsso di Nietzsche sull'antropologia filosofica di Scheler.  Ho ripreso successivamente queste tematiche in: G. Cusinato, La Totalità incompiuta, Milano 2008, 17-61.


La versione completa di questo scritto è stata pubblicata nel 2002 in: 
G. Cusinato, L’uomo come eccedenza. Nietzsche e l’antropologia filosofica di Max Scheler, in: F. Totaro (a cura di), Nietzsche fra eccesso e misura, Carocci, Roma 2002, pp. 237-251.
 
1.    «Tramonto dell’uomo» e antropologia filosofica[1]
 Nietzsche annunciando il «tramonto dell’uomo» si pone al di fuori di una prospettiva meramente antropocentrica: l’uomo non è più misura di tutte le cose e fine del creato ma diventa piuttosto un passaggio, qualcosa che può essere compreso solo a partire dal suo autosuperamento. Così come è avvenuto a proposito della volontà di potenza[2], dove già da tempo si è messo in rilievo come essa, nella sua forma più pura e creativa, si ponga al di là del soggetto, altrettanto l’analisi nietzschiana sull’uomo sembra sbarrare definitivamente il passo ad ogni «antropologia filosofica». Questo tuttavia risulta corretto solo nei confronti di una «antropologia filosofica» ancora intenzionata a considerare l’uomo come una entità fissa e conclusa, nei confronti di una antropologia filosofica concepita ancora entro gli orizzonti di una qualche filosofia del soggetto.
Con Nietzsche si mette in luce che l’uomo è un essere multiforme in cui trovano espressione diverse psicologie[3]. E il risentimento diventa espressione fondamentale di uno di questi tipi psicologici: è l’impiegato che si descrive all’inizio delle Memorie del sottosuolo  di Dostojewskij: «Io sono un uomo malato .... Io sono un uomo malvagio. Un uomo ripugnante». Un impiegato che non riuscendo a vivere provava una delizia incolmabile quando riusciva ad amareggiare anche gli altri, magari per qualche ridicola sciocchezza. Ma che non era riuscito neppure a diventare veramente cattivo: né cattivo né buono, né furfante né insetto: «Ma sapete signori in che cosa consisteva il nocciolo della mia malvagità? Tutta la faccenda consisteva nel fatto, e in ciò stava anche la massima nefandezza, che ogni minuto, e perfino all’apice di un attacco biliare avevo l’intima deprecabile consapevolezza che io in verità non solo non ero cattivo ma neppure un uomo incattivito: semplicemente spaventavo i passeri senza ragione, e ne godevo. Posso avere anche la schiuma alla bocca, ma portatemi una qualsiasi bambolina o datemi una tazza di te con uno zuccherino e io mi calmo subito»[4].
Accanto alla psicologia del risentimento Nietzsche individua anche una psicologia dell’eccedenza: quella che esprime la parte migliore dell’uomo che ama la vita e che lo spinge all’autosuperamento. Ebbene risentimento,eccedenza e autosuperamento costituiscono i motivi fondamentali dell’antropologia filosofica di Max Scheler. Innanzitutto sarebbe riduttivo e fondamentalmente scorretto interpretarla come una sorta di reazione anacronistica ed emotiva al presunto assedio della scienza moderna nei confronti della “cittadella dell’essenza umana”. La scienza stessa, estendendo il suo dominio, aveva dovuto superare molteplici unilateralità iniziali ed era riuscita a passare dall’indagine del corpo fisico a quella del fenomeno vivente solo andando oltre l’iniziale impostazione  meccanicistica. D’altra parte la direzione in cui muove il tentativo di Scheler è, per usare un’espressione di Prigogine, quella di una «nuova alleanza» fra scienza, teologia e filosofia, un’alleanza possibile solo attraverso una messa in discussione dello statuto e dei presupposti che queste tre forme del sapere avevano assunto nel corso dell’Ottocento. Ma l’antropologia filosofica di Max Scheler non è neppure un’espressione di psicologismo ancorata ad una qualche forma di filosofia del soggetto, come invece pensarono Husserl e Heidegger[5].
Che il tema nietzschiano del risentimento sia centrale nella riflessione di Scheler risulta da tempo risaputo[6]. Già Troeltsch a questo proposito aveva soprannominato Scheler il «Nietzsche cattolico»: Scheler infatti nel suo celebre saggio Sul risentimento tentava di rivedere a favore del cristianesimo il ragionamento di Nietzsche: non l’uomo cristiano, bensì l’uomo della modernità, che mette al primo posto il valore dell’utile economico, è l’uomo risentito che, odiando la vita, ha capovolto l’originaria tavola dei valori morali. Ma l’influsso è ben più ampio. Da Nietzsche Scheler riprende la consapevolezza che l’uomo non sia un sistema concluso, come anche l’esigenza di ricercare un’immagine unitaria dell’uomo a partire dal futuro, premesse indispensabili alla tesi dell’uomo-complessivo (Allmensch): «E allora [Nietzsche] afferma: ciò che può ridare l’unità che è andata persa, ciò può essere posto solo nel futuro: nell’unità di un fine comune, in un compito da porre di questo essenza naturale variopinta» (GW XII, 49-50). Per Nietzsche – osserva sempre Scheler – l’essenza dell’uomo non è un’essenza consegnata al passato, infatti in lui «l’uomo risulta una unità solo come schizzo e materiale per la formazione dell’oltreuomo» (GW XII, 50). Ma venendo a mancare un paradigma già definito entra in crisi anche l’Umanesimo: «L’uomo essenzialmente non è in nessun modo una cosa o un oggetto, non è nulla di stabile, di fisso - così come presuppone “l’Umanesimo” antico, razionale e classico, che isola l’uomo sia nei confronti della natura come del fondamento mondano e lo pensa fideisticamente – l’uomo è piuttosto solo il concetto della direzione di un’azione e di un moto» (GW XII, 93). L’uomo «non è un essere statico, un fatto, ma solo la direzione di un processo possibile e contemporaneamente, per l’uomo naturale, un compito eterno» (GW IX, 97).
L’importanza di Nietzsche consiste essenzialmente nel tentativo di dare una risposta nuova al frantumarsi delle concezioni dominanti sull’uomo: «ora bisogna porre un fine per l’uomo, un fine per l’umanità [...] Ora tale fine non viene posto attraverso un Dio, né attraverso una direzione necessaria dell’evoluzione: l’uomo diventa libero solo attraverso la propria volontà» (GW XII, 48). Per molto tempo la concezione di origine teologica dell’uomo aveva riflesso l’idea di un Dio teistico inteso come puro spirito onnipotente. Invece con [Ivn1] l’annuncio di Nietzsche «senso e legittimità di questo concetto vengono completamente frantumati» (cfr. GW XII, 49). Prima ancora la rivoluzione evoluzionista aveva segnato una delle tappe culminanti di un processo che aveva gradualmente portato la scienza moderna ad occuparsi del moto degli astri e dei corpi, della chimica, e poi dell’«elettricità animale» e del fenomeno vitale nel suo complesso fino ad affrontare l’enigma dell’uomo stesso: il suo cervello, la sua psicologia, il suo inconscio, il suo comportamento, ecc.. Un’avanzata che mise profondamente in crisi molte certezze filosofiche e teologiche.
Il clima culturale d’incertezza da cui prese le mosse l’antropologia filosofica è ben testimoniato all’inizio di La posizione dell’uomo nel cosmo. Qui Scheler afferma che se si fosse chiesto, alla fine degli anni Venti, ad un europeo dotato di buona cultura che cosa avesse intenso con «uomo» probabilmente nella sua mente si sarebbero fronteggiate tre concezioni insolubili: quella teologica di origine giudaico-cristiana, relativa al peccato originale e al Dio inteso come spirito onnipotente, quella filosofica di origine greca che cerca di interpretare l’uomo attraverso un concetto predeterminato e astratto di «ragione» o «mente», e infine quella più recente, di impostazione evoluzionistica, elaborata dalle scienze naturali e dalla psicologia. Si tratta di tre concezioni in contrasto fra di loro, anzi di tre vere e proprie antropologie irriducibili.
L’uomo che descrive Scheler è prima di tutto un uomo che non ha più un’idea immediata di sé: mai l’uomo risultò tanto enigmatico a se stesso e in nessuna epoca le vedute circa la sua essenza e origine furono più incerte, più indefinite e molteplici. Eppure questo non viene assunto come un dato negativo, ma visto piuttosto come un’importante occasione: «nell’istante in cui l’uomo s’è reso conto di esser sprovvisto di un sapere definitivo su se stesso, e contemporaneamente di non esser più intimorito da nessuna possibile risposta a tale interrogativo, in quel preciso istante sembra che gli sia risorto ilcoraggio della verità: il coraggio di porsi questa domanda essenziale conservandone tutta la problematicità e senza (come invece finora è sempre avvenuto del tutto o in parte) ricondurla immediatamente ad una qualche tradizione teologica, filosofica o scientifica» (GW IX, 10). 

2.    Nietzsche e l’evoluzionismo

 Secondo Scheler Nietzsche, benché non fosse particolarmente portato per le scienze biologiche, riuscì a sviluppare una serie di importanti osservazioni sull’evoluzionismo (cfr. GW III 315)[7]. In particolare insistendo sulla necessità di superare un concetto meramente  passivo di adattamento ambientale pose le basi per l’idea di uomo come essere eccedente, un concetto che avrà un influsso nevralgico sull’antropologia filosofica di  Scheler, Seidel, Alsberg e Gehlen.
Com’è noto le implicazioni teologiche e filosofiche suscitate dall’evoluzionismo furono enormi e accesero roventi controversie. Oggi, a distanza di tempo, questa contrapposizione risulta più sfumata e articolata: da un lato certe semplificazioni dell’evoluzionismo sono state superate, dall’altro non sono mancati pensatori, come Teilhard de Chardin, che hanno tentato di utilizzare categorie dell’evoluzionismo anche in ambito teologico e in filosofia. Il contrasto poi non riguarda più la tesi dell’invariabilità delle specie e dell’uomo (tesi oggi difficilmente sostenibile sul piano scientifico), ma altre questioni, come ad es. quella della presenza o meno di un’intelligenza animale, ma anche a questo proposito è difficile tracciare delle chiare contrapposizioni e. si può ricordare che proprio nel cristianesimo di S. Francesco è presente un grandioso ripensamento del rapporto fra l’uomo e il resto del mondo vivente.
Se Lamarck – nella Filosofia zoologica – aveva enunciato il principio rivoluzionario secondo cui le specie si trasformano e non sono state create così come le conosciamo oggi, Darwin – in L’origine della specie – aveva interpretato l’evoluzione come il risultato della lotta per la sopravvivenza e della selezione naturale. Infine con L’origine dell’uomo (1871) – preceduta dall’opera di Thomas Huxley, Il posto dell’uomo nella natura (1863) – Darwin aveva enunciato la famosa tesi secondo cui l’uomo stesso, come tutte le altre specie, è disceso da una qualche forma preesistente. L’evoluzionismo, introducendo con il concetto di selezione naturale un fattore di causalità, intaccava così il finalismo tradizionale e soprattutto la teoria secondo cui il perfetto adattamento degli organismi viventi al loro ambiente sarebbe stato predeterminato direttamente dal creatore; esso collocava inoltre l’uomo all’interno della natura, ponendolo in un rapporto di diretta discendenza dall’animale.
Nietzsche, pur non rifiutando l’evoluzionismo e la possibilità che l’uomo discenda da una specie preesistente, non può tuttavia esser considerato un seguace di Darwin, e in particolare sarebbe riduttivo cercare di leggere la sua teoria della volontà di potenza in termini di selezione naturale del più forte[8]. Del resto la conoscenza che Nietzsche aveva di Darwin e dell’evoluzionismo non era esente da fraintendimenti e da semplificazioni (come quando interpreta Darwin nel senso del finalismo o lo connette a Hegel)[9] e spesso le sue critiche sembrano in realtà indirizzate a Spencer e ancora di più a quello che si potrebbe chiamare il «darwinismo sociale». Nel Crepuscolo degli idoli gli attacchi sono indirizzati alla «scuola di Darwin» e il problema centrale riguarda in realtà l’applicazione della legge della selezione in ambito sociale.  A me – nota Nietzsche a proposito della selezione (sociale) del migliore – sembra verificarsi proprio il contrario, e cioè la selezione a favore del più mediocre, l’emergere e l’imporsi sulle masse del tipo inferiore (cfr. KSA VI, 120). È su queste linee del resto che Nietzsche sviluppa anche la sua famosa teoria del risentimento. Se la teoria della selezione funziona nella natura il problema del darwinismo sociale è stato quello di non aver fatto i conti con l’intelletto: «come si può essere così ciechi – si scandalizza ancora Nietzsche in un frammento del 1888 titolato Anti-Darwin – e proprio qui vedere in modo distorto? [...] Quello che vedo io è che gl’inferiori s’impongono continuamente grazie al numero, al calcolo e alla furbizia» (KSA XIII, 304). Nella società umana la lotta per l’esistenza invece di portare al progresso sociale si rovescia nel suo contrario e il motivo risiede nel fatto che il migliore scendendo a valle scopre di essere il più vulnerabile. La selezione non funziona a favore dei migliori e delle eccezioni perché la volontà di potenza dei migliori è più debole e fragile di quella di una maggioranza compattata dal risentimento e dalla paura: «i più forti e felici sono i più deboli quando hanno contro l’istinto organizzato del gregge, la paura degli schiavi, la superiorità numerica» (KSA XIII, 303). Per questo la vittoria dell’uomo risentito rappresenta una in-voluzione: l’uomo risentito esprime una volontà di potenza che odia la vita perché è profondamente incapace e inadatto a vivere. Proprio qui occorre allora compiere un rovesciamento, che si delinea chiaramente a partire dal 1882, e confessare quello che Spencer non aveva avuto il coraggio di affermare e cioè che l’uomo da un punto di vista strettamente organico non è il vertice dell’evoluzione, ma semmai l’animale malato per eccellenza.
La questione centrale nel confronto con l’evoluzionismo è quella relativa all’interpretazione del concetto di «adattamento». L’evoluzione si realizza quando interviene un mutamento ambientale che costringe la vita ad inventare nuove soluzioni ed è questa capacità creativa della vita ad essere propriamente la molla dell’evoluzione. Darwin nota che la gara per la sopravvivenza non viene vinta dal più forte o dal più intelligente, ma da chi riesce ad adattarsi meglio e più in fretta ai cambiamenti. In Nietzsche tuttavia questa capacità di adattarsi alle modifiche ambientali assume un senso diverso in quanto viene ad indicare una forza creativa interna alla vita che esprime al meglio la propria potenza solo eccedendo la logica del puro adattamento e rovesciandosi nella trasformazione attiva del proprio ambiente. Secondo Nietzsche Darwin rimarrebbe invece troppo attento all’influsso dell’ambiente esterno sulla specie, sottovalutando il processo opposto, e cioè i tentativi di trasformare l’ambiente esterno da parte di alcune specie. Ancora più chiara è la distanza da Spencer, criticato nella Genealogia della morale per aver concepito la vita «come un costante adattamento interiore alle condizioni esterne» (KSA V, 316). L’evoluzionismo criticato da Nietzsche fraintende allora l’essenza della vita nella misura in cui la identifica con una volontà reattiva laddove occorrerebbe esaltare la prevalenza di forze spontanee e creatrici. Ma se la vita è capace di questo è perché essa risulta in grado di eccedere il principio di economia e dell’utile. La capacità di trasformare attivamente l’ambiente esterno trova nell’uomo la sua espressione più eclatante, ma proprio l’uomo dal punto di vista del mero adattamento passivo risulta invece l’animale più inadatto tanto da apparire un vicolo cieco, una deviazione: un animale che deve sopperire alla mancanza di armi naturali, di zanne e artigli, con l’intelligenza e l’astuzia.
Il problema dell’eccedenza della volontà di potenza sulla vita, sulle funzioni organiche, sull’utile, sul piacere, ecc. può essere compreso solo tenendo presente il dato di partenza e cioè che l’organismo per Nietzsche è un prodotto della volontà di potenza, per questo essa eccede il vitale: non in quanto è dopo o al di là, ma in quanto fonda la vita[10].  

3.    Eccedenza ed intelletto

 Il tema dell’uomo come animale malato, il ruolo e il valore dell’intelligenza e il significato dell’eccedenza sono temi centrali per l’antropologia filosofica del Novecento e occasionarono importanti aporie e contrapposizioni. Uno dei nodi nevralgici fu proprio quello relativo alla determinazione del rapporto fra eccedenza e intelligenza: tale eccedenza, costitutiva dell’uomo, tende ad identificarsi con l’intelligenza oppure rinvia ad un mondo ideale e ultraterreno? Scheler nega ambedue le soluzioni in quanto interpreta l’eccedenza come la forma di ex-centricità nei confronti della rilevanza organica: essa indica l’azione del campo gravitazionale di una nuova classe di valori che consente all’uomo di guardare il mondo con uno sguardo nuovo, cioè di «aprirsi al mondo». Lo sguardo dell’uomo eccede la visuale dell’animale in quanto l’animale vede il mondo che lo circonda in termini di utile e dannoso. L’animale ad es. cerca l’appagamento ad un bisogno nella causa dello stimolo e vede in questa causa il riflesso di un proprio impulso, l’uomo invece è in grado di trovare appagamento anche nella visione: mentre l’animale reagisce in base all’istinto, l’uomo riesce a posticipare nel futuro la reazione e passa dall’appagamento immediato al godimento della percezione dell’immagine e questo grazie ad un moto erotico-agapico, il solo capace di spalancare violentemente l’orizzonte percettivo, e che viene considerato da Scheler come l’essenza ultima dell’eccedenza. L’uomo vive una situazione di eccedenza nel senso che il suo orizzonte percettivo eccede quello dell’animale: è in grado di percepire segni e contenuti che risultano organicamente irrilevanti e quindiinvisibili alla prospettiva percettiva dell’animale. È eccedente rispetto all’animale come una melodia può esserlo nei confronti dei suoni, o come la parola nei confronti di un’espressione di dolore o piacere. Ma tale eccedenza non implica una fuga in un ultraterreno in quanto si apre ad una dimensione particolare dell’esperienza terrena. 
Da questa prospettiva si distingue quella che identifica tale eccedenza con l’intelligenza, considerandola una «deviazione» dalla logica vitale, sia in senso positivo, e cioè come il risultato di una variazione accidentale e fortunata: unosbilanciamento (è in questo senso che Plessner reinterpreta il termine scheleriano «ex-centrico») o una sporgenza artificiale compensativa che l’uomo, l’essere carente per eccellenza, ha dovuto erigere sulla vita per poter sopravvivere (tesi sviluppata ad es. da Seidel e poi da  Gehlen); sia in senso negativo, e cioè come una degenerazione, un “bubbone” o una malattia che ha colpito l’uomo  (ad es. Klages). Nel primo caso, quello di Plessner e Gehlen, si è costretti a porre al centro dell’antropologia il problema dell’intelligenza umana, tanto che per Gehlen l’essenza dell’uomo consiste nella capacità di costruirsi un ambiente artificiale, e quindi di modificare, attraverso la tecnica e l’intelligenza, il mondo circostante. Nel secondo caso si arriva invece a quel moto di reazione critico nei confronti della tecnica, divenuto influente  in Germania nel primo dopoguerra e che troverà poi espressione nella famosa critica di Heidegger e di Schmitt al concetto di valore e di livellamento.
Scheler rimane distante da queste posizioni in quanto se da un lato non attribuisce all’intelletto e alla tecnica, in sé, una natura negativa o addirittura demoniaca, dall’altro non ritiene che l’intelligenza costituisca un patrimonio esclusivo dell’uomo, e in tal modo si rifiuta di identificare l’eccedenza con l’intelligenza in quanto è l’uomo che fa assumere all’intelligenza un carattere particolarmente complesso e non l’intelligenza che distingue l’uomo. Del resto Nietzsche stesso a proposito dell’adattamento attivo si muove in una direzione diversa da quella assunta successivamente da Gehlen: la trasformazione dell’ambiente non è infatti il fine della volontà di potenza, ma una «meccanizzazione» dell’umanità, cioè un presupposto per l’esistenza materiale sulla cui base l’uomo deve poi mirare a costruire qualcosa di superiore. Nella seconda parte della Genealogia della morale Nietzsche ribadisce che se il concetto di utilità può servire a capire il funzionamento di un organismo biologico o di un organismo sociale, non è però sufficiente a spiegarne l’origine, offre cioè al massimo solo una spiegazione euristica[11].  La civilizzazione – e il processo di disciplinamento in esso presupposto – rimane una sorta di addomesticamento dell’uomo: vedere in essa un fine ultimo e un valore in sé, che appartiene invece alla volontà di potenza attiva, significa aprire le porte ad un processo di decadenza in cui prevale infine l’uomo mediocre. L’uomo che usa l’«istituzione» come strumento di sopravvivenza è l’«animale malato», un uomo da condannare: è l’ultimo uomo, il filisteo della natura, l’uomo addomesticato.
Il problema di Nietzsche non è: «come fa l’uomo a sopravvivere?»; non è il problema (che diventerà centrale in Th. Lessing, Seidel e Gehlen) di definire l’uomo a partire dal processo di civilizzazione. Tutte quelle antropologie filosofiche che mirano a spiegare il problema della sopravvivenza dell’uomo a causa del suo deficit biologico, sono le antropologia della volontà di potenza reattiva.   

4.    Volontà di morte  e volontà di nascita

 Già da tempo è entrata in crisi la tesi di Heidegger secondo cui «la volontà di potenza è la soggettività incondizionata», lo strumento con cui la filosofia del soggetto si caratterizza come «pensare per valori»[12]. Ma come ha da essere inteso questo andare «al di là del soggetto»?
Anche la stessa relazione fra volontà di potenza e valore va forse ripensata al di fuori della filosofia del soggetto. Prestando attenzione al fatto che Nietzsche distingue una pluralità di volontà di potenze, e una pluralità dei gradi della potenza, cioè una Machtordnung, la tesi che la volontà di potenza determini la tavola dei valori può essere intesa non nel senso che quest’ultima sia il risultato di un atto meramente arbitrario del soggetto, quanto che ogni classe di valore sia l’espressione oggettiva di un certo grado della volontà di potenza, perché se è vero che non ci sono valori in sé, è anche vero che per Nietzsche i gradi della volontà di potenza sono i valori stessi. Nietzsche definisce «l’uomo come una pluralità di “volontà di potenze”: ciascuna con una molteplicità di forme e mezzi di espressione» (KSA XII, 25). In linea con questa pluralità viene sviluppata la tesi che dalla volontà di potenza di tipo reattivo, ancora affaccendata al rafforzamento, sia da distinguere nettamente una volontà di potenza attiva. Se l’obiettivo della volontà di potenza passiva è rivolto all’autoaffermazione, quello della volontà di potenza attiva mira piuttosto ad andare oltre il soggetto come mera Selbstbestimmung. E questa lotta per l’autosuperamento non viene concepita nel senso di un «libero arbitrio» del soggetto, che anzi in saggi come Il viandante e la sua ombra la «libertà del volere» viene radicalmente messa in discussione (cfr. KSA II, 545). Qui non ci troviamo di fronte ad una volontà di potenza decisionista che comanda di raggiungere un obiettivo predeterminato, quanto piuttosto ad un moto che rinuncia al finalismo e all’intenzionalità del soggetto mirando a lasciar affiorare qualcosa che non è sotto il proprio controllo. Semmai la volontà di potenza attiva non mira alla libertà quanto è la libertà stessa (intesa quindi non in senso cartesiano ma semmai spinoziano) e il sentimento della libertà sorge solo là dove lo stesso agire non si risolve nel fine da raggiungere, ma diventa piuttosto creatività, in quanto solo nel creare c’è libertà.
Come il valore non risulta il prodotto di un libero arbitrio, bensì l’espressione del grado della potenza, altrettanto la libertà non consegue dalla libertà di scelta ma da un potenziamento esistenziale di tipo creativo, è ciò che consente un’eccedenza di potenza: «dove noi sentiamo di fare qualcosa con un’eccedenza di forza, là noi ci sentiamo liberi» (KSA IX, 60). La volontà di potenza attiva implica i concetti dello «über sich hinaus», della «Zeugung» e della «Liebe». La volontà di potenza più pura, nello Zarathustra, è descritta come «volontà di amare», come «volontà di generare» oltre se stessi, non nella prospettiva di una mera autoaffermazione, bensì in quella del proprio «tramonto»: «Dov’è innocenza? Dove c’è volontà di generare. E chi vuol creare al di là di se stesso, ha per me la volontà più pura. Dov’è la bellezza? Dove io devo volere con tutta la volontà; dove io voglio amare e tramontare, affinché un’immagine non rimanga solo immagine. Amare e tramontare: due cose che si fondono insieme dall’eternità. Volontà di amare: questo significa essere disposti per la morte» (KSA IV, 157) .
L’amare di cui qui si parla è qualcosa di diverso dal tanto criticato «amore cristiano», che Nietzsche identifica con la Selbstliebe e pone invece a fondamento del risentimento.  In Schopenhauer come educatore Nietzsche individua un amare inteso come spinta propulsiva dello «über sich hinaus»: «solo nell’amare l’animo guadagna non solo lo sguardo chiaro, dissipante e incurante di se stesso, ma anche quell’impulso a guardare über sich hinaus e a cercare con tutte le forze un sé superiore ancora nascosto da qualche parte» (KSA I, 385). Wille zur Macht si esprime come Wille zum Lieben, ma questo propriamente è Wille zur Zeugung. La volontà di potenza attiva presuppone un’eccedenza di amare nei confronti dell’«amare cristiano», un rovesciamento della Selbstliebe nell’atto creativo, quello che si esprime canonicamente nell’opera d’arte[13]. Ma rinvia anche alla condizione dellagravidanza, legata all’essenza del dionisiaco: è nello spirito dionisiaco che prevale infatti la volontà di potenza attiva intesa come «Wille zur Zeugung», tanto che nel Crepuscolo degli idoli si legge: «affinché possa esserci l’eterno piacere del creare e si possa affermare eternamente la volontà di vivere deve esserci eternamente anche il “travaglio della partoriente” [...] Tutto questo significa la parola Dionisio» (KSA VI, 159).
Nel richiamo allo spirito dionisiaco emerge una differenza rilevante nei confronti delle soluzioni dell’ideale ascetico: la volontà di potenza dello «über sich hinaus» non è una filosofia della morte quanto una filosofia della nascita e un’esaltazione dell’atto generativo per eccellenza: il parto. Che però non sia facile determinare la posizione di Nietzsche su questo punto risulta chiaro anche considerando la sua posizione nei confronti della teoria del conatus di Spinoza, un filosofo noto per la sua opposizione alle varie filosofie dell’amor mortis. Il problema che pone Nietzsche non è secondario, ed è piuttosto antico: la vera nascita implica travaglio e in un certo senso morte e distacco. Ad un certo punto il rafforzamento esistenziale diviene così radicale da mettere in discussione e portare al superamento stesso del soggetto di tale rafforzamento, tanto che l’uomo per «rafforzarsi» ulteriormente deve infine negarsi per trasformarsi in qualcos’altro. Già Zarathustra ammonisce l’uomo dicendogli che la cosa più pericolosa per lui è proprio la volontà di vivere creativa, questa è pericolosa perché implica l’autosuperamento[14]. L’uomo a forza di rafforzarsi deve far morire l’uomo per poter far nascere l’oltreuomo: è in questo senso che la filosofia della morte viene rovesciata in una filosofia del parto. Del resto la morte per Nietzsche non è qualcosa che rimane esterno alla vita: vita e morte rimangono comprensibili solo l’uno in relazione all’altro e il senso della vita si manifesta solo di fronte alla morte (cfr. KSA VIII, 165-166). La morte elimina il meno vitale in ciò che appartiene alla vita, per far spazio al più vitale: è in questo senso che diventa la misura della volontà di potenza, il presupposto dell’atto generativo. In altri termini se il processo di incremento della volontà di potenza passa attraverso la “morte”, esso non può essere inteso come semplice conferma di tutto ciò che esiste, ma implica necessariamente la messa in discussione di qualcosa, la ricerca di uno spazio da conquistare e che possa aprirsi al nuovo. Il problema diventa quello di una volontà di potenza che mira a superare se stessa e ad aprirsi al nuovo in quanto sente di eccedere il mero esistente. Semmai è la volontà di potenza passiva a perpetuare il progetto di un mero ampliamento dei domini del soggetto: nella volontà di potenza attiva è implicito un mettersi in discussione e un porsi al di fuori di sé. 

L’oltreuomo come critica alla modernità

In Ecce Homo l’oltreuomo non è concepito come l’uomo della modernità, al contrario viene posto «in contrasto con gli uomini “moderni”, con gli uomini “buoni”, con i cristiani e gli altri nichilisti» (KSA VI, 300); altrettanto il moto dello «über sich hinaus» è qualcosa che va oltre la modernità e l’emancipazione dai bisogni, in quanto è il moto che caratterizza l’uomo già emancipato dal bisogno e che eccede il valore dell’utile e dell’adattamento. L’«uomo moderno», che fa coincidere il reale con il razionale, non sfugge alla psicologia dell’ideale ascetico e ripropone sotto altre vesti una volontà di potenza reattiva che finisce con l’animare quel processo di livellamento che agli occhi di Nietzsche suscita il tema del sospetto verso la «Maschinerie». Il risultato del livellamento della società di massa è l’uomo disciplinato dalla civilizzazione, l’uomo allevato dalla psicologia dell’uomo risentito che cerca di autoaffermarsi attraverso le tre grandi rassicurazioni: la teologia, la metafisica e la scienza.
A questo spirito di origine «apollinea», in cui si riconosce la modernità, viene contrapposto lo spirito «dionisiaco» che implica innanzitutto proprio l’eccedenza. E l’eccedenza viene a costituire l’essenza della volontà di potenza attiva: «volere la potenza» indica qualcosa di diverso da un mero e vuoto «volere per il volere», in quanto la volontà di potenza attiva non mira ad una “ripetizione” della potenza stessa, quanto ad una sua eccedenza nel senso di generare qualcosa «über sich hinaus». Ed è sempre nel gesto dell’eccedenza che va ricercata l’essenza dell’uomo: «la nostra essenza consiste nel creare un essere più alto di quello che noi siamo. Creare oltre noi stessi!» (KSA X, 209). È questo ciò che Zarathustra ama dell’uomo: «ciò che v’è di grande nell’uomo è che egli è un ponte e non un fine: quel che si può amare nell’uomo è che egli è un passaggio e un tramonto» (KSA IV, 16-17). L’uomo migliore è l’«uomo-superato» (überwundener Mensch), il padre dell’oltreuomo, in quanto nel suo essere un tramonto l’uomo diventa il cammino verso un nuovo mattino.
In tal modo la prospettiva antropologica viene ad assumere un nuovo punto di partenza in quanto il problema non è più quello di definire l’uomo, bensì diventa: «come possiamo superare l’uomo?». In questa tesi vi è la novità di fondo dell’antropologica di Nietzsche: non è possibile definire e comprendere l’uomo in quanto l’uomo non è qualcosa di già concluso o determinato, l’uomo infatti presuppone un’essenza che non esiste ancora e che tuttavia rappresenta il fine della sua esistenza. L’uomo può essere compreso solo a partire dalla direzione verso cui protendono le sue forze migliori.
L’essenza dell’uomo è tutta nel relazionarsi all’oltreuomo, ma questo reintroduce il concetto di eccedenza in quanto l’oltreuomo implica un salto e una differenza ineludibile. Nello Zarathustra il passaggio che permette la nascita dell’oltreuomo non viene descritto in termini di continuità: l’oltreuomo proviene dall’uomo come il «fulmine dalla nube», risulta un’apparizione improvvisa, un dato essenzialmente e irriducibilmente diverso che implica la morte dell’uomo migliore: «Amo tutti coloro che sono come gocce grevi, le quali cadono ad una ad una dalla nuvola scura incombente sugli uomini: essi annunciano l’arrivo del fulmine e, come annunciatori, periscono. Vedete, io sono un annunciatore del fulmine e una goccia greve che cade dalla nuvola: ma questo fulmine si chiama oltreuomo» (KSA IV, 18). E proprio pensando ad una eccedenza forte Nietzsche può porsi al di fuori di una prospettiva finalistica, tanto che occorre interpretare con cautela i passi in cui l’oltreuomo viene indicato come un fine per l’uomo: dal punto di vista dell’uomo rimane un senza senso, una pazzia, appunto un fulmine che scocca all’improvviso. Fra i due rimane lo scarto che c’è fra l’uomo e la scimmia: che cos’è – si chiede Nietzsche nella Prefazione allo Zarathustra – la scimmia per l’uomo? È solo un ludibrio o una vergogna dolorosa, e la stessa cosa è l’uomo per l’oltreuomo. Dal punto di vista dell’uomo l’oltreuomo appare qualcosa d’insensato proprio perché ne rappresenta il superamento e la negazione, è lo über sich hinausche eccede se stesso, la volontà di potenza che annulla se stessa, senza ricadere nel volere per il volere.
Per tutti questi motivi è difficile cogliere il senso ultimo dell’eccedenza.  Tale eccedenza è situata in una zona intermedia che si distingue dalla rilevanza organica ma anche dal mondo ultraterreno proprio dell’ideale ascetico. Implica un andare oltre se stessi ma senza diventare una romantica fuga nella trascendenza. Sicuramente rimane profondamente ancorata allo spirito di gravità, all’empirismo e al corpo e non può essere confusa con una fuga nell’aldilà o in un falso mondo ideale, tuttavia Nietzsche lascia anche intuire che essa non è insensibile all’antico fascino della bellezza: l’eccedenza si situa in una dimensione empirica simile a quella della bellezza, in quanto come questa si sottrae alla necessità e all’utilitarismo. Sempre nel già citato frammento titolato «Anti-Darwin»[15], il bello e il più alto vengono descritti come anche i più fragili. Qual è infatti la caratteristica dello «höherer Typus»? È quella di rappresentare «la forma più ricca e complessa», ma proprio per questo destinata a soccombere rapidamente in contrasto con l’intramontabilità del mediocre. Il più alto è anche il più effimero: difficilmente viene raggiunto e difficilmente riesce a mantenersi in alto; il risultato eccellente, proprio a causa della sua particolarità, non è in grado di moltiplicarsi e rimane un fatto unico; invece ciò che è tipico si riproduce facilmente.
  

Übermensch e Allmensch

 Se in Nietzsche l’oltreuomo è qualcosa che non c’è ancora e che permanearistocraticamente incommensurabile rispetto all’uomo presente, così come il fulmine rispetto alla nuvola, per Scheler invece questa eccedenza è rintracciabile in ogni uomo: non si ha a che fare con un passaggio netto, ma con un processo educativo graduale. L’uomo in Max Scheler deve essere accettato per quello che è già adesso senza farsi illusioni sulla possibilità di far nascere qualcosa di completamente nuovo e perfetto. L’eccedenza lo abita già: l’eccedenza è l’uomo stesso, non qualcosa che ha un fine oltre l’uomo stesso. E dal momento che l’atto di tale eccedenza assume in ogni uomo un carattere peculiare e provvisorio, allora il pericolo, nella storia della presa di coscienza della propria essenza, consiste nell’irrigidire e assolutizzare una qualche forma di tale eccedenza, nel voler ricostruire l’essenza dell’uomo a partire da una sua qualche manifestazione unilaterale. L’essenza dell’uomo è da porre anche per Scheler in un ideale, ma questo è l’Allmensch, l’uomo-complessivo, proprio perché l'uomo rimane un sistema aperto che si palesa come una natura enormemente plastica: «spazio dunque per l'uomo e per il suo movimento infinito per essenza, senza fissarsi su alcun "esempio", su alcuna forma storico-naturale o storico-cosmica» (GW IX, 151). L’uomo per Scheler è essenzialmente la persona,  tanto che qualsiasi essere vivente sensibile al campo gravitazionale dei valori personali dovrebbe essere riconosciuto come un essere umano, indipendentemente dal fatto che sia un mammifero o meno.
Ma proprio perché l’eccedenza viene ripensata come costitutiva di un insieme molteplice dell’esser-uomo, lo Allmensch di Scheler si differenzia dalloÜbermensch anche in un altro senso. Così come la volontà di potenza reattiva, che mira al rafforzamento dell’uomo e alla sua conservazione, sfocia nell’ultimo uomo, altrettanto la volontà di potenza attiva porta l’uomo oltre se stesso facendolo diventare l’alba dell’oltreuomo. Si tratta di due movimenti ben distinti: il primo, presente nelle morali dominanti, si è mantenuto in una prospettiva utile alla conservazione del genere umano, producendo un livellamento (Nivellirung) delle differenze, invece «l’altro movimento, il mio movimento – nota Nietzsche in un frammento del 1883 – mira all’inasprimento di ogni contrasto e frattura,  all’eliminazione dell’uguaglianza [...] Il primo crea l’ultimo uomo, il mio movimento invece l’oltreuomo» (KSA X, 244). L’obiettivo di Nietzsche non è quello di una umanità divisa in schiavi e signori infatti l’oltreuomo deve abbandonare l’umanità e lasciarla al suo destino, deve costituire una comunità separata e senza contatti con l’ultimo uomo: «L’obiettivo non è per nulla quello di considerare questi ultimi come signori dei primi: devono piuttosto sussistere due specie l’una accanto all’altra e separate il più possibile, di modo che gli uni [gli oltreuomini] vivano come Dei epicurei senza occuparsi degli altri» (ibid.).
Si tratta di un’ipotesi estrema, ed è qui che nasce il contrasto con Scheler. È vero che l’uomo non può essere compreso se non a partire da un ideale ma questo ideale è per Scheler lo Allmensch, l’uomo-complessivo, qualcosa che non coincide con l’uomo così come lo conosciamo oggi, ma che tuttavia comprende anche questa espressione dell’esser-umano: «l'ideale per gli uomini – se deve avere un nome – è “l'uomo-complessivo” non il “superuomo”, già pensato ad una distanza separata rispetto alla massa e ad ogni democrazia» (GW IX, 151). Che cosa significa che l’oltreuomo di Nietzsche è pensato a troppa distanza dalla democrazia?
La filosofia, la religione, la politica, e la cultura più in generale, hanno sempre avuto un legame essenziale con la domanda: «che cos’è l’uomo?»; l’antropologia filosofica di Max Scheler nasce come reazione di fronte alla crisi indotta dalla prima guerra mondiale, una crisi che non aveva lasciato in piedi risposte all’altezza dei tempi. Tutto questo ha un risvolto politico, tanto che quando Scheler venne invitato nel 1927 dalla prestigiosa Deutsche Hochschule für Politik di Berlino a tenere una conferenza sulle prospettive politiche della Repubblica di Weimar decide di incentrare la conferenza su di un tema che aveva originariamente sviluppato all’interno dell’antropologia filosofica: quello dell’armonizzazione (Ausgleich). L’antropologia filosofica serve non solo al rinnovamento della riflessione filosofica e religiosa, ma anche come strumento di orientamento nell’analisi della situazione politica.
Occorre innanzitutto storicizzare la domanda «che cos’è l’uomo?» e prendere coscienza delle tendenze di fondo dell’epoca presente, e la fase che si apre con la prima guerra mondiale rappresenta per Scheler una svolta epocale in cui le varie storie locali vengono a confluire in un’unica storia contemporanea, e in cui i nuovi mezzi di comunicazione impongono, per la prima volta nella storia dell’umanità, un confronto serrato fra razze, religioni e culture profondamente diverse. Questo confronto, se le premesse dell’antropologia filosofica sono corrette, non può concludersi con la vittoria di un’identità unica capace di sintetizzare tutte le differenze, e neppure con una divisione nel senso dell’oltreuomo nietzschiano. Il gesto con cui l’uomo eccede la rilevanza dell’utile organico è sempre stato un gesto provvisorio che assume forme sempre nuove, ma finora l’uomo aveva potuto vivere nell’illusione di assolutizzare una definizione parziale dell’uomo. Con la nuova epoca dell’Ausgleich questo non è più possibile, se non al prezzo di andare incontro a sanguinose catastrofi.
Partendo da queste premesse Scheler trae una serie di indicazioni sulla situazione in cui si era venuta a trovare la Repubblica di Weimar. Innanzitutto se l’eccedenza e l’autosuperamento sono aperte ad un numero infinito di soluzioni e non esiste uno Zarathustra che possa accentrare su di sé tutti i lati positivi, allora alla prospettiva di dividere l’umanità in due classi separate viene sostituita quella in cui ciascuna identità, posta di fronte alla necessità storica di un’interazione, riconosca la propria parzialità e si ponga alla ricerca di una compiutezza attraverso il confronto con il diverso. La soluzione proposta da Scheler è quella di ripensare il rapporto nietzschiano oltreuomo-uomo con un occhio alla teoria delle élites di Pareto, rileggendola all’interno dell’antica questione del rapporto fra masse ed élites: la forma politica all’altezza della nuova epoca dell’Ausgleich è una democrazia parlamentare orientata dalle élites e capace di sviluppare un confronto transculturale. La questione centrale diventa quella di opporsi al livellamento della cultura di massa riuscendo a coniugare il tema delle élites con quello della democrazia, infatti «non v'è errore più grande che porre in contrapposizione élites e democrazia [...] come purtroppo vogliono fare gli aspiranti d'una qualche forma di regime dittatoriale. [...] La verità è soltanto che la democrazia disvela impietosamente le opposizioni storiche esistenti in una nazione [...] ma non è lei a produrle. E, nella misura in cui le disvela, essa delinea, in maniera netta e chiara, i compiti futuri che l'élite deve risolvere» (GW IX, 145).
Ma l'élite in grado di dirigere il processo di Ausgleich sarà solo quella capace d'anticipare e sperimentare su se stessa tale Ausgleich, riuscendo a raggiungere «nel suo spirito e nel suo cuore un Ausgleich interiore» (GW IX, 166). Tale l'élite dovrà sperimentare su di sé una forma futura di eccedenza e una forma di integrazione transculturale capace di servire da esempio per la soluzione dei conflitti che si delineano in campo sociale e politico, per questo Scheler osserva che la soluzione da ricercare alla crisi della Repubblica di Weimar consiste in una radicale sostituzione delle vecchie élites fino a quel momento dominanti. La Repubblica di Weimar, profetizza Scheler nel 1927, riuscirà a sbarrare la strada ad una qualche forma dittatoriale solo se avrà la capacità di formare una nuova élite: «Una sola cosa è sicura: essa non potrà essere una semplice élite basata sul sangue e sulla tradizione come la vecchia nobiltà prussiana e la burocrazia ad essa ispirata» (GW IX, 146). Una tale élite sarebbe infatti completamente inadeguata in quanto ancorata ad una mentalità antropologica in contrasto con la tendenza dell'Ausgleich. E a chi vedeva nel mito della razza il motivo ispiratore di questa nuova élite, Scheler replicava: «Chi scorge la salvezza del mondo nella conservazione d'una razza "pura" e a suo avviso "nobile", faccia pure come i "sette fedeli" del conte Gobineau: si ritiri su di un'isola, insieme ai suoi esemplari di razza nobile, e si disperi!» (GW IX, 153).
Per Scheler la caratteristica della nuova élite dovrà essere piuttosto quella di non formarsi in base ad un'unica tradizione, cultura, religione, razza, ma di aver la capacità di guidare il confronto e l’interazione fra queste differenze cercando di orientare i processi che scaturiscono dai conflitti della nuova epoca senza pretendere di imporre un unico punto di vista particolare e accettando la presenza di differenze etniche e culturali. Si tratta tuttavia di una prospettiva debole che infatti, spogliata dai suoi presupposti etici, verrà per certi aspetti ripresa da Leo Strauss, cadendo a sua volta in una visione profondamente pessimista ed esoterica della democrazia. 
 
Note


[1] Abbreviazioni: KSA = F. Nietzsche, Kritische Studienausgabe, hrsg. von  G. Colli und Montinari, Berlin/ New York 1988 (2. Auf.).
GW = M. Scheler, Gesammelte Werke, hrsg. von Maria Scheler und M. S. Frings, Bonn 1957-1998.
[2] Fra la vasta letteratura sull’argomento mi limito a ricordare il noto saggio di W. Müller-Lauter, Nietzsches Lehre vom Willen zur Macht, in: «Nietzsche-Studien» 1974 III, 1-60. Fra quella più recente: G. Abel, Nietzsche: die Dynamik des Willens zur Macht und die ewige Wiederkehr, Berlin /New York, 2 Aufl. 1998; V. Gerhardt, Vom Willen zur Macht: Anthropologie und Metaphysik der Macht am exemplarischen Fall Friedrich Nietzsches, Berlin/ New York 1996.
[3] Sulla questione antropologica in Nietzsche si segnala ancora lo studio di H. Heimsoeth, Zur Anthropologie F. Nietzsches, in: «Blätter für deutsche Philosophie», 1943, 205-239.
[4] Nietzsche lesse la traduzione francese dell’opera di Dostojewskij all’inizio del 1887 e ne fu subito entusiasta. Nel Crepuscolo degli idoli afferma che Dostojewskij «è l’unico psicologo da cui abbia imparato: egli appartiene ai casi più fortunati della mia vita, ancora di più della scoperta di Stendhal» (KSA  VI, 147).
[5] Mi permetto di rinviare a: Katharsis, Napoli 1999. Cfr. inoltre: Le ali dell’eros. Per una riconsiderazione dell’antropologia filosofica di Max Scheler, in: «Annuario Filosofico» 1999, 383-420; L’uomo nella tempesta che è il mondo, saggio introduttivo a: Max Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo (traduzione dall’edizione del 1928), Milano 2000, pp.7-70. 
[6] È sul problema del risentimento che finora si è indirizzato il confronto fra Nietzsche e Scheler, cfr.: F. Bosio, Scheler interprete di Nietzsche, in: «Criterio» 1987, 192-209; E. Haffer, Der Hunaitarismus und der Versuch seiner Überwindung bei Nietzsche, Scheler und Gehlen, Würzburg 1988, 98-169; R. Glauser, Ressentiment et valeurs morales: Max Scheler critique de Nietzsche, in: «Revue de théologie et de philosophie», 1996 III, pp. 209- 228.
[7] Sulla formazione e gli influssi delle scienze naturali su Nietzsche cfr. A. Mittasch,Nietzsche als Naturphilosoph, Stuttgart 1952.
[8] Non mancano tuttavia anche tentativi di avvicinare Nietzsche e Darwin cfr. ad es.: Henke D., Nietzsches Darwinisuskritik aus der sicht gegenwärtiger Evolutionsforschung, in: «Nietzsche-Studien» XIII 1984, 189-210; Stegair W., Darwin, Darwinisus, Nietzsche. Zu Problem der Evolution, in: «Nietzsche-Studien» XVI 1987, 264-287.
[9] Cfr. ad es. il V libro della Gaia scienza dove si afferma: «senza Hegel nessun Darwin» (KSA XI, 442). 
[10] Su questo aspetto cfr. il § 36 di Al di là del bene e del male (KSA, V, 54).
[11] «Anche se si comprende bene l’utilità di un qualsiasi organo fisiologico (come di una istituzione giuridica, di un costume sociale, di una usanza politica, di una forma artistica o di un culto religioso) con questo tuttavia non si è ancora riusciti a spiegarne l’origine» (KSA V, 314). 
[12] Di Heidegger cfr. Nietzsche (Bd. 6.1 e 6.2 della Gesamtausgabe), ma anche le lezioni raccolte nei volumi 43, 44, 47, 48, 50 sempre della Gesamtausgabe.
[13] Così in un frammento dell’estate del 1875 si afferma: «La mia religione, se io posso ancora chiamare qualcosa in questo modo, consiste nel lavoro per la creazione del genio. [...]. Educazione è amore verso ciò che è creato, un’eccedenza di amore oltre la Selbstliebe. Religione è “amare oltre noi stessi”. L’opera d’arte è l’immagine perfetta di un tale amore oltre se stessi» (KSA VIII, 46).
[14] Nel § Von der Selbst-Ueberwindung dello Zarathustra si dice: «Non il fiume è il vostro pericolo e la fine del vostro bene e male, saggissimi, ma quella volontà stessa, la volontà di potenza, la volontà di vivere che genera inesauribilmente» (KSA IV, 147). E sempre su questa connessione fra atto generativo e auto-superamento insiste un brano poco più avanti: «E questo segreto mi confidò la vita stessa: “vedi, disse, io sono ciò che deve sempre autosuperarsi. Certo voi chiamate ciò volontà di generare o spinta verso il fine, verso ciò che è superiore,  più lontano, più molteplice: ma tutto questo è una cosa sola e un solo mistero» (KSA IV, 148).
[15] Cfr. KSA XIII, 315.

Max Scheler: was ist Wert? (1995)

ABSOLUTE RANGORDNUNG UND RELATIVITÄT DER WERTE IM DENKEN MAX SCHELERS [1] .


Guido Cusinato, Köln 1995


G. Cusinato, Absolute Rangordnung und Relativität der Werte im Denken Max Schelers, in: G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bouvier Verlag Bonn 1997, S. 62-80.





Scheler behauptet, daß die Werte nicht in der platonischen Ideenwelt leben: "Werte sind Tatsachen, gehörig zu einer bestimmten Erfahrungsart". Was bedeutet hier: "eine bestimmte Erfahrungsart"? Die Werte sind "Urphänomene". Aber die Urphänomene sind etwas, das dem Phänomen selbst vorhergeht. Die Urphänome beinhalten etwas Originäres, sie sind das, was das Auftauchen des Phänomens selbst ermöglicht. Sie sind die Bedingungen des Phänomens. Wenn man den Wert nicht als Phänomen, sondern als Urphänomen definiert, will man unterstreichen, daß er keine Qualität, kein sekundäres Attribut der Gegebenheit eines Objektes ist. Indem sie "Urgegebenheit" sind, können die Werte nicht auf die Gegebenheiten eines Objektes zurückgeführt werden.
Denn der Wert geht seinem Objekt vorher: "er ist der erste Bote" seiner besonderen Natur. Wo das Objekt selbst noch undeutlich und unklar ist, kann der Wert bereits deutlich und klar sein. Bei jeder Milieuerfassung erfassen wir z.B. zugleich zunächst das unanalysierte Ganze und an diesem Ganzen seinen Wert. Der Wert ist also das, was das Phänomen verkündet und der weiteren Entwicklung seiner Erscheinung Richtung gibt.


[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 62]

1. Mit dem Begriff der Rangordnung führt Scheler den großangelegten Entwurf fort, mit dem er sich der Tendenz einer Aufhebung der Wertunterschiede entgegenstellen will. Die Begriffe Rangordnung und Wert sind nur verständlich, wenn man sie miteinander in Beziehung setzt. Denn das Prinzip, nach dem sich die Rangordnung strukturiert, ist das gleiche, welches bei den Wertunterschieden zum Tragen kommt, und welches, das Wesen des Wertes selbst bestimmt. 
Das erste Ziel meines Beitrags ist, das Prinzip, welches der Struktur der absoluten Rangordnung und der Vielfältigkeit der Wertklassen zu Grunde liegt, zu suchen. Noch 1924 glaubt Scheler an ein "absolutes Ideen- und Wertreich", welches sich oberhalb der Geschichte befindet (8,26); berühmt sind auch Ausdrücke wie "ewige Rangordnung", "ethischer Absolutismus" oder "Gegenstandscharakter der Werte". Diese Ausdrücke setzt er dem, was er 1914 den "herrschenden ethischen Relativismus" nennt, entgegen (1,386). Ausdrücke, die ihm viel Kritik einbrachten, unter anderem von Heidegger, Carl Schmitt, Arnold Gehlen, Ernst Topitsch. Plessner spricht über Schelers Versuch, als eine Sinfonie von Blicken, die auf das Absolute gerichtet sind. Mehrmals stößt man auf den Unterschied zwischen einem Scheler, der zu der "statischen" Idee des Absoluten tendiert, "klar wie jene der mathematischen Astronomie" (10,363), und einem Scheler, der in der letzten Phase von einem dynamischen Absoluten fasziniert ist, welches sich in der Bewegung des gewaltigen Wettersturmes der Welt und der Geschichte verwirklicht. Ein Scheler, der zugibt, daß nicht nur die Sterne, sondern auch die Werte und die Ideen werden und vergehen. Ein Scheler der bemerkt: es gibt im Weltprozeß keine ewigen Formen des Seins, keine absoluten Ideenkonstanten, keine absoluten Prinzipien (vgl. 11,261).
Ein zweites Ziel meines Beitrages ist es, die Auswirkungen des neuen dynamischen Begriffs auf das Problem der Rangordnung und der Werte zu untersuchen. Es ist bekannt, daß die Idee eines unveränderlichen und ewigen Wertreiches, das korrelativ zur Idee eines unendlichen persönlichen Geistes ist, in der späten Phase in Frage gestellt wird. Dies geschieht nicht nur, weil Gott nur am Ende der Geschichte absolute vollkommende Person wird, sondern auch, weil Scheler sich von Augustinus distanziert, dem er die Theorie der Ideen und Werte cum rebus entgegensetzt. Man muß hinzufügen, daß die mittlere Phase weniger massiv vom ethischen Absolutismus geprägt ist, als man annehmen könnte: im Sinne von ewig, allgemein und unveränderlich ist der Absolutismus auf das Prinzip begrenzt, das die Rangordnung der Werte regelt, nicht aber auf die Werte selbst.



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 63]


 Wenn ein Einfluß Husserls auf Scheler bestanden hat, braucht dieser nicht überbewertet zu werden und man sollte weder die Kritik Schelers an den Thesen des "an sich" von Bolzano, noch diejenige an Husserl - selbst noch vor dessen sogenannten idealistischen Wende von 1913 - vergessen. Scheler bestreitet schon in Lehre von den drei Tatsachen an den Primat des Theoretischen, indem er ihm den Primat des Emotionalen entgegenhält. Eine solche Kritik an der intellektualistisch-theoretischen Haltung darf nicht so gelesen werden, als bedeute sie einen Rückfall in den Irrationalismus. In der bedeutenden Schrift Der Mensch im Weltalter des Ausgleichs stellt Scheler heraus, daß es gerade die übersublimierte, zum Instrument der Herrschaft über die Natur gemachte Rationalität ist, die sich in Irrationalität verwandelt. Der einseitige Prozeß der Rationalisierung hat in der Moderne einen verstümmelten und gehemmten Menschentypus ausgebildet, und es ist dieser Prozeß, den Scheler 1927 eher als Ursache denn als Wirkung jener großen Katastrophe, die der 1. Weltkrieg war, ansieht (9,157). Diese Über-rationalisierung entfesselt schließlich auf der sozialen Ebene lange unterdrückte Triebe und verursacht die Revolte der Natur gegen die einseitige und übersteigerte Intellektualität. Das Werk Schelers strebt nach einer Neufassung des Paradigmas der Rationalität. Und zwar in der Überzeugung, daß das Irrationale genau jener "Rationalität" entspricht, die nicht mit der logique du coeur rechnet. Aus dieser anti-theoretischen Perspektive heraus entwickelt Scheler die Themen Bergsons und Diltheys, die mit dem Leben, dem Erlebnis und der Geschichte zusammenhängen.
Es wäre ein Fehler zu meinen, Scheler berufe sich in der Frage der Werte zuallererst auf Lotze oder die Philosophie der Werte Windelbands und Rickerts. Scheler hat offenbar vielmehr Schelling, Schopenhauer, Nietzsche, Brentano und - über Brentano - Aristoteles im Auge (vgl. § 3.1.). Er hat die Analyse Schopenhauers über das Mitleid und dessen großartige Anstrengung, einen Weg der Erlösung jenseits von Egoismus und principium individuationis zu finden, im Kopf. Er hat die Theorie des Ressentiments von Nietzsche im Auge, eines Nietzsche, der im Vergleich zu Schopenhauer, bezüglich des Problems eines Erlösungsweges, einen Schritt zurück macht. Nietzsche entlarvt aber dafür vor allem die Vernunft-Kategorie sowie die Konzepte von Objektivität, Wahrheit und Moral und erkennt hinter diesen den Willen zur Macht, welcher fähig ist, gemäß seinem eigenen Entwurf eine Sphäre der Realität durch die Nutzwerte zu strukturieren. Die eigentliche Seinsvergessenheit findet für Scheler aber nicht ihren Höhepunkt in der Einführung der Wertfrage in die Metaphysik durch Nietzsches Werk [2] , sondern eher in der Reduktion der unterschiedlichen Wertmodalitäten auf jene des Nutzwertes. Die wirkliche Seinsvergessenheit geschieht für Scheler durch die Wertvergessenheit. Wenn man zugesteht, daß der Wert immer Nutzwert ist, und daß die Seinsart des Wertes die Zuhandenheit ist, wie bei Heidegger, heißt das für Scheler, daß man jene Tendenz bestätigt, die zunehmend versucht hat, die Unterscheidungen der Werte zum Verschwinden zu bringen. Und zwar indem sie jene funktionalen Werte verabsolutiert, die dem Entwurf der modernen Wissenschaft eignen. Nach Schelers Ansicht –



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 64]


zumindest in seiner spätesten Phase - ist nicht einmal die Rückführung der Seinsart der Werte auf die Vorhandenheit, also den Status der ideae ante res motiviert. Tatsächlich sind die Werte nicht gegeben wie etwas bereits im Sehen Vorhandenes, sondern sie werden gefühlt.
[….]

2.1. Wert-sein als Urmodalität und das Prinzip der Korrelation. [4] .
Um die Verbindung zwischen Wert und Rangordnung vollständig zu erfassen, muß zuerst die Interpretation des Wertes als Attribut diskutiert werden. Manfred S. Frings hat bereits klar herausgestellt, daß Scheler im Gegensatz zu Husserl oder Heidegger den Wert nicht als Prädikat interpretiert (Vgl. Frings 1969,1)[5] . Für Scheler ist der Wert nicht etwas, das dem Seienden oder dem Sein von außen zukommt, sondern es ist (zusammen mit Sosein und Dasein) das, was dem Seienden erlaubt, sich zu konstituiren. Das Wesen der Person z.B. ist der ordo amoris, dem eine bestimmte Gesamtheit von Werten entspricht. Diese Werte haben keine attributive Funktion, sondern sind mit dem Wesen verbunden, mit dem tiefsten Kern der Person. Der Wert drückt etwas Ursprüngliches aus [6] .
Ein anderes Problem, das sofort auftaucht, ist jenes des Bezugs zwischen Wert und Qualität: Ist es möglich die beiden zu identifizieren? Ist es möglich, die Relation zwischen Sein und Wert über die Aristotelische Relation zwischen Sein und der Kategorie der Qualität zu interpretieren? Wenn der Wert als letztgegebenes Datum angesehen wird, als irreduzible Grundart des Seins (11,60), dann bezieht er sich auf das Sein, ohne daß eine Vermittlung durch andere Kategorien nötig wäre. Die Werte können nicht mit einer bestimmten Qualitätsart identifiziert werden. Im Übrigen ist es klar, daß die Werte sich in Wertqualität objektivieren können, aber diese sind nicht mit dem Wert zu verwechseln.


[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 65]


[...]


[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 66]


In der letzten Phase kommt Scheler dahin, mit der These der Korrelation schließlich zu verneinen, daß die Werte entweder für sich seiende empirische Objekte oder aber ideale Objekte sind.
Das, was Scheler von Husserl und Bolzano trennt, ist, daß er nicht an den Mythos des Ausdrucks "an sich" glaubt. Scheler streitet ab, daß es ein "an sich" in der Sphäre der physikalischen oder idealen Objekte gibt. In bezug auf die Noesis existiert kein irgendwie geartetes Objekt, das bereits an sich vorausbestimmt wäre, es handelt sich vielmehr - am Anfang - um etwas, das auftaucht und sich durch den Akt, der es hervorbringt, Raum schafft. Ein solcher Akt nimmt nicht eigentlich das Objekt auf, sondern bestimmt den Raum, in dem das Objekt auftauchen oder sich manifestieren kann. Scheler ist damit bereits außerhalb der Philosophie des Subjekts. Das Seiende bezieht sich auf die Gegebenheit gemäß einem bestimmten emotionalen Durchbruch, und umgekehrt taucht alles Gegebene als konstituiertes nur im bezug auf einen emotionale Durchbruch eines bestimmten Zentrums der Realität auf.

2.2 Wert als erster Bote: das "vertere" des Phänomens nach der existenz.
Es gibt einen anderen Punkt, den man sofort angehen muß: jenen der Werte als Gegebenheit. Scheler behauptet, daß die Werte Letztgegebenheiten sind, "Tatsachen, gehörig zu einer bestimmten Erfahrungsart" (2,195). Dieser Typ von Erfahrung fällt nicht mit dem der sinnlichen Erfahrung zusammen. Mit dem Begriff des materialen Wertes stellt sich Scheler gegen Kant, indem er eine Rezeptivität behauptet, die verschieden und umfassender ist als diejenige der Sinnlichkeit. Er stellt sich aber auch gegen Brentano, selbst wenn dieser in den Emotionen, insbesondere der des Vorziehens, den Akt gesehen hat, der die Ethik begründet. Auch Scheler behauptet, daß die Ethik wie bei Brentano die Gefühle, die Kant verbannt hatte, wieder in ihren eigenen Bereich aufnehmen muß. Dennoch stürzt Scheler die intellektualistische These von Brentano um, nach der jeder Akt des Begehrens auf einem Akt des Vorstellens fundiert ist (2,59); und meint im Gegenteil, daß die Akte der dritten Klasse von Brentano sich direkt auf die Gegebenheit beziehen. Erst nachdem das Wert-nehmen [7] erfolgt ist, sind die Akte des Vorstellens und des Urteilens möglich. Einem solchen Ansatz entspricht die wichtige Theorie der Vor-gegebenheit der Werte, derzufolge die Wert-nehmung der Wahr-nehmung stets vorhergeht (8,109). Daß heißt, daß die Gegebenheit nur an der Grenze der Wert-gegebenheit möglich ist. Es scheint also klar, daß jede Gegebenheit nur möglich ist, wenn sie eine Wertkomponente voraussetzt.
Scheler spricht von Werten oder Wertqualitäten wie von Tatsachen oder objektiven Gegenständen (2,261). Hier denkt man z.B. an die Kritik von Topitsch (Vgl. Topitsch, 22-24). Ist es richtig, daraus zu folgern, daß die Werte Gegenstände sind, die eine bestimmte und getrennte Sphäre der Gegebenheit bilden? Ist es sinnvoll, eine Ganzheit von seienden "Werten" und seienden "Nicht-Werten" anzunehmen? 



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 67]

  
Setzt Scheler mit der Theorie der Vor-gegebenheit des Wertes den Wert nicht als Voraussetzung dergesamten Gegebenheit an? Ist es also richtig, die Werte als eine besondere Gegebenheit anzusehen?
Scheler behauptet, daß die Werttatsachen geradezu ein Urphänomen sind (2,258), und daß die Werte als Urphänomen zur Gegebenheit kommen (2,259). Die Urphänomene sind aber etwas, das dem Phänomen selbst vorhergeht, genauso wie die Vor-gegebenheit der Gegebenheit vorhergeht. Die Urphänome be-inhalten etwas Originäres, sie sind das, was das Auftauchen des Phänomens selbst ermöglicht. Sie sind die Bedingungen des Phänomens. Gerade deswegen können sie nicht auf andere Gegebenheiten zurückgeführt werden (2,258). Wenn man den Wert nicht als Phänomen, sondern als Urphänomen definiert, will man unterstreichen, daß er eine apriorische Funktion hat, daß er Element der Vor-gegebenheit, nicht der Gegebenheit ist.
Der Wert geht seinem Objekt vorher, "er ist der erste "Bote" seiner besonderen Natur. Wo "der Gegenstand" selbst noch undeutlich und unklar ist, kann "der Wert" bereits deutlich und klar sein. Bei jeder Milieuerfassung erfassen wir z.B. zugleich zunächst das unanalysierte Ganze und an diesem Ganzen seinen Wert" (2,40). Der Wert ist also das, was das Seiende (aber auch das Sein) verkündet und der der weiteren Entwicklung seiner Erscheinung Richtung gibt. Der Wert beschränkt sich nicht darauf, Botschaften zu transportieren, sondern er ist das, was es den Phänomen möglich macht, zu erscheinen, und zeigt sich also direkt verbunden mit der Gegebenheit oder der Selbst-Gegebenheit. Die Wertnuancen eines Gegenstandes sind das Primäre, was uns von ihm zugeht, und gleichsam das Medium, in dem das Bild und die Bedeutung des Objekts auftauchen und sich manifestieren. Die Werte bilden die Offenheit aus, in deren Inneres sich dann die einzelnen Bildgegenstände hineinstellen. Eine solche Offenheit erlaubt ein "konvergieren nach" und leitet damit die Erscheinung aller Qualität der Gegenstände, indem sie sie polarisiert [8] . Charakteristisch für den Wert ist, daß er nicht isoliert ist, daß er immer im Inneren eines Systems, einer Konstellation handelt, und daß er in einer solchen Weise Orientierung erzeugt.
Die Etymologie des Substantivs "Wert" ist umstritten, wahrscheinlich stammt sie aus dem lateinischen Verb "vertere" [9] , ein Verb das viele wichtige Bedeutungen hat, wie jene des "sich richtens", "sich wendens", aber auch jene von "werden" [10] . Die Wertkomponente des Phänomens ist das, was den Blick veranlaßt, sich nach etwas zu richten, gleichzeitig wird im Akt des Wendens des Gesichts und der emotionalen Aufmerksamkeit auf etwas hin, dieses Etwas zum Phänomen. Als Urphänomen bestimmt der Wert dasvertere, wodurch das Phänomen ans Licht kommt. Ein solches vertere ist der Horizont, in dem das Phänomen auftaucht, und gleichzeitig der Ausschnitt, das Fenster, das ein Seiendes in Kontakt zu anderen bringt. Die Wertkomponente ist das polarisierende und orientierende Moment, das das Phänomen in seiner Grenze bestimmt. Es scheint, daß Scheler dazu neigt, die Werte als Transzendentalien zu verstehen, sie jedoch zugleich als Vor-gegebenheiten interpretiert. Dies erscheint nur dann widerspruchlich, wenn man übersieht, daß bei Scheler das Apriori – im Gegensatz zu Kant - material, also empirisch und nicht formal ist.



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 68]

  

3. Rangordnung und Wert
3.1 Die Modalitäten des absoluten und relativen Wertes
Die Interpretation des Wertes als das, was in der Konstitution des Seins und des Seienden die Funktion hat, das Gegebene zur Erscheinung zu bringen, ermöglicht es, ein neues Licht auf das Konzept der Rangordnung und das Problem des Relativismus zu werfen. Scheler unterscheidet eine Relativität erster und zweiter Ordnung: die erste hat mit den Gütern zu tun, die zweite mit den Werten (2,115). Während die Relativität der Güter mit dem Subjektivismus korrespondiert, drückt die Relativität zweiten Grades "die Stufe der Relativität der Werte oder auch ihr Verhältnis zu den absoluten Werten" aus (2,114). Für Scheler ist der Wert im Gegensatz zu den Gütern immer in einem gewissen Grad objektiv: die Werte können absolut oder relativ sein, aber sie sind nie subjektiv (2,114). In diesem Kontext bedeutet "objektiv" nicht universal oder allgemein, sondern empirisch, material, und weist auf Schelers These hin, derzufolge Werte weder ein Produkt unseres Bewußtseins, noch ideale Objekte, unabhängig vom Akt, sind. Eindeutig wichtiger ist allerdings der zweite Typ von Relativität. Jener, der in der These der verschiedenen Wertmodalitäten impliziert ist. Scheler blieb sehr beeinflußt von Brentanos Schrift Vom Ursprung sittlicher Erkenntnis. In dieser Schrift stellt Brentano sich gegen die Kantische Ethik, indem er auf Aristoteles zurückgreift, insbesondere auf dessen Konzept der órexis. Scheler stimmt mit Brentano nicht nur in diesen Punkt überein, sondern er vertieft die Beschäftigung mit Aristoteles noch in anderen Punkten. Wenn Brentano sich um die Klassifikation der psychischen Phänomene kümmert, stellt Scheler eine Klassifikation der Wertmodalitäten ins Zentrum der eigenen Interessen, und bestätigt mehrmals, in seinen Analysen von Aristoteles inspiriert worden zu sein. Schon bei Aristoteles sieht er die Idee von Stufen letzer Wertmodalitäten (das Angehneme, Nützliche, Agathon) (vgl. 10,268; 2,122 und 11,59). Mit der These der unterschiedlichen Wertmodalitäten stellt Scheler sich im übrigen gegen jene Tendenz, die mit Galileo auftaucht und die damit endet, der Aristotelischen Wissenschaft von den Qualitäten einen wissenschaftlichen Entwurf entgegenzusetzen, dem es um die Beherrschung und Verwandlung der Welt geht. Und der nur das als real ansieht, das berechenbar ist, und der nur dadurch funktioniert, daß er die Wertmodalitäten auf jene des Nutzwerts oder des ökonomischen Wertes nivelliert.
Die Tatsache, daß man eine Vielheit von Wertklassen konzipiert, impliziert das Problem, angeben zu müssen, welcher Typ von Relation sich zwischen ihnen stabilisiert. Scheler versucht ein Gesetz zwischen den unterschiedlichen Klassen zu finden, und verortet es im Konzept der Rangordnung. Die Rangordnung ist dem Wert selbst nicht äußerlich: "Eine dem gesamten Wertreiche eigentümliche Ordnung



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 69]


liegt darin vor, daß Werte im Verhältnis zueinander eine "Rangordnung" besitzen, vermögen deren ein Wert "höher" als der andere ist, res. "niedriger". Sie liegt [...] im Wesen der Werte selbst" (2,104).
Scheler spricht von der absoluten Rangordnung im Sinne einer universalen, ewigen und absolut Invariablen, die er als Konstante, sogar als Polarstern der geschichtliche Entwicklung der Menschheit betrachtet. Dies wird für gewöhnlich so verstanden, als wären nicht nur die Rangordnung, sondern auch die Werte ewig und unveränderlich. Auf diese Art und Weise werden zwei unterschiedlichen Dinge durcheinandergebracht. Scheler spricht zwar auch von einer Struktur bestimmter Werte, aber dies geschieht auf der Ebene des Ethos. Es ist eine Struktur, die Scheler auch subjektives oder relatives Apriori nennt, und die dem Gesetz der Funktionalisierung unterworfen ist. Der Begriff der absoluten Rangordnung stimmt nicht ausschließlich mit irgendeiner Wertewelt überein; sei diese endlich wie das Ethos, oder unendlich wie jene Wertewelt, die über die Geschichte gestellt wird. Die absolute Rangordnung ist eher ein absolutes und konstantes Prinzip, das jedes Zusammen von Werten strukturiert.
Wenn Scheler von der "absoluten Rangordnung der Werte" spricht, ist das Subjekt dieses Ausdrucks nicht der Wert, sondern die Rangordnung: diese ist also ein ewiges und absolut Invariables, nicht die Werte. Das, was Scheler mit einem abgekürzten Ausdruck "absolute Rangordnung der Werte" nennt, ist in Wirklichkeit eine "absolute Rangordnung von Wertklassen oder Wertmodalitäten" (2,122). Mit diesem Ausdruck meint Scheler eine ziemlich einfache Regel, derzufolge immer und in jedem Fall ein vitaler Wert höher ist als ein sinnlicher Wert, beziehungsweise ein personaler Wert einem vitalen Wert vorzuziehen ist. Der Akzent fällt nicht auf die Statik des Wertes, sondern auf die ewige, absolut invariable Ordnung, die zwischen den verschiedenen Wertklassen herrscht.
Scheler gebraucht dasselbe Adjektiv "absolut", mit anderer Bedeutung, auch für die Werte und spricht von "absoluten Werten" und erleichtert damit das Mißverständnis seines Gedankens. Am Ende haben viele Scheler-Forscher gedacht, daß Scheler eine absolute Rangordnung der absoluten Werte vorschlägt. Nur weil Scheler von absoluten Wert spricht, ist eine solche Interpretation aber noch nicht begründet, denn Scheler spricht auch von relativen Werten und darüber hinaus von einer einzigen absoluten Rangordnung. Wenn überhaupt, dann meint er eine absolute Rangordnung der absoluten und relativen Werte.
Absolute Werte sind jene, die für ein reines Fühlen gegeben sind, d.h. unabhängig von der Sinnlichkeit und vom Leben (2,115). Der Begriff "absoluter" Wert hat nichts mit einem angenommenen universalen und kontemplativen Charakter des Wertes zu tun, sondern bezieht sich auf den Grad der Reinheit, mit dem der Wert das Phänomen zur Gegebenheit bringt. Es existieren drei Sphären von Gegebenheit. Bei den ersten beiden (natürliche und wissenschaftliche Weltanschauung) funktionieren die Werte als selektierende Filter, die nur einzelne bestimmte Aspekte der Gegebenheit auftauchen lassen. Diese sind die



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 70]


 relativen Werte. Neben der Tatsache der natürlichen und wissenschaftilichen Weltanschauung gibt es auch absolute Phänomene. Hier meint "absolut" "rein" im Sinne dessen, daß eine Tatsache sich vollständig enthüllt und damit zur Selbst-gegebenheit kommt (10,433) [11] . Diese Phänomene setzen absolute Werte voraus.
Die vitalen Werte sind immer relative Werte, sofern sie verstanden werden müssen als ein Fenster, das den Grad der Offenheit zwischen System und Umwelt bestimmt (10,348). Ein solches Fenster lenkt das Interesse nur auf bestimmte Aspekte und läßt andere im Schatten. Die personalen Werte dagegen fallen mit den absoluten zusammen, sofern sie nicht mehr selektive Filter sind, sondern sie öffnen völlig zur Gegebenheit hin. Sie orientieren das vertere des Sich- Gebens. Sie sind, wie Hegel über Goethes Urphänomene sagt, "Fenster im Absoluten". Der relative Wert ist relativ auf ein Zeichen von Etwas, dagegen ist der absolute Wert Zeichen seiner selbst.

3.2 Das Heilige als Prinzip der Rangordnung
Damit sind die Voraussetzungen geschaffen, die Eingangsfrage zu beantworten, nämlich welches das Prinzip ist, auf dessen Hintergrund sich die Rangordnung der Wertklassen bildet. Auf dem Hintergrund welchen Kriteriums können wir behaupten, daß eine Klasse höher oder niedriger ist als eine andere?
Man könnte denken, daß ein solches Prinzip auf die berühmten Akte des Vorziehens und Nachsetzens zurückführbar sei. Diese aber koinzidieren nicht immer mit dem ewigen Prinzip der Rangordnung. Während Scheler in seinem Aufsatz über das "Ressentiment" "evidente ewige Vorzugsgesetze und eine ihnen entsprechende ewige Rangordnung" (3,69) beschreibt, behauptet er im Formalismus, daß "Die Rangordnung der Werte selbst etwas absolut Invariables ist, während die Vorzugsregeln in der Geschichte noch prinzipiell variabel sind" (2,106). Die Vorzugsregeln sind darüber hinaus jenen Störungsphänomenen unterworfen, die imRessentiment untersucht werden.
Es ist notwendig, erneut zur Eingangsfrage zurückzukehren: Warum ist ein personaler Wert immereinem vitalen Wert übergeordnet? Warum ist ein vitaler Wert der Klasse des Angemehmen/Unangenehmenimmer übergeordnet? In der Rangordnung sind verschiedene Wertklassen vorgesehen. Was ändert sich in diesen Klassen? Was steigert sich, was vermindert sich? Die Ordnung, die zwischen den unterschiedlichen Wertklassen herrscht, muß ein solches Prinzip widerspiegeln.
Der Gipfel der Rangordnung wird von Scheler im Wert des Heiligen bestimmt. Dann gibt es noch die geistigen Werte, die vitalen Werte und schließlich die sinnlichen Werte. Das, was sich hier ändert, ist die Daseinsrelativität. Ein Wert ist umso höher, je größer die Weltoffenheit zum Absoluten hin ist, die er erlaubt. Er ist umso niedriger, je mehr er eine solche Offenheit begrenzt. Während ein sinnlicher Wert nicht das Phänomen als solches zur Erscheinung bringt, sondern nur einen begrenzten Teil des Phänomens, bringen die absoluten Werte das 



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 71]


Phänomen in seiner Vollkommenheit zur Erscheinung. Das Heilige ist nie Symbol für etwas anderes.
Das letzte Prinzip, auf dem sich die Rangordnung gründet, ist die Orientierung zu einem immer weiter wachsenden Grad von Offenheit des vertere hin: von den niedrigen zu den höheren Ebenen spricht sich ein Zuwachs an Fülle aus, mit dem das Phänomen erscheint, bis es jene Ebene erreicht, in der die Gegebenheit zur Selbst-gegebenheit, zum Sich-geben, wird. Ein solches Prinzip, auf dessen Hintergrund sich die Rangordnung strukturiert, ist ein absolutes und ewiges Prinzip, invariant im Lauf der Geschichte. Nach einem solchen Prinzip neigt ein bestimmter Wert, indem er eine bestimmte Offenheit erlaubt, spontan dazu, auf einer bestimmten Höhe wahrgenommen zu werden (auch wenn damit nicht gesagt ist, daß es ihm gelingt). Die Wertrelativität ist mit der Daseinsrelativität verbunden, d.h. sie bezieht sich auf den Grad der Fülle des Sich-gebens. Es gibt verschiedene emotionale Durchbrüche, verschiedene Offenheiten. "Je mehr wir in unserem Bauche leben, desto wertärmer wird die Welt". Das Heil bestünde im Überwinden des Horizontes, der der Triebstruktur eignet, d.h. im Gewinnen einer neuen Haltung, die "zur Welt die Geste der offenen, aufweisenden Hand, des frei und groß sich aufschlagenden Auges" hat.
Die Realität und die ganze Rangordnung der Werte hat als Fluchtpunkt den Wert des Heiligen (2,125). Der Wert des Heiligen erlaubt das Heil als Sich-selbstloslassen im Absoluten mit dem weitesten Grad von Offenheit. Was nur möglich ist jenseits der Erfahrung der Leere und im Ausgang vom Realzentrum der Person. Das Heil besteht im vertere zu dieser unendlichen Offenheit hin, in diesem Akt des vollständig Sich-gebens, der das Sich-Offenbaren des Absoluten empfängt, und die Demut als Bruch der Kette des Triebes vorausetzt. Dennoch versteht Scheler das Heil nicht wie Schopenhauer als noluntas, diese entspricht nur dem de-konstruktiven Moment der phämomenologischen Reduktion. Aber wenn das Lebenszentrum einmal eingeklammert ist, wenn der Mensch sich einmal jenseits dieses Zentrums zutraut, die Erfahrung der furchtbaren Leere zu machen, wenn der Mensch sich einmal vor das absolute Nichts stellt und die Grundlosigkeit erfährt, dann kann der Mensch in sich einen Überschuß entdecken. Dann ruft die Anerkennung, "daß überhaupt Etwas ist und nicht lieber Nichts", Verwunderung hervor und verwandelt sich in einen spontanen Dank für etwas, das als ein Geschenk erscheint. Alles das setzt eine grundsätzliche, existentielle Umkehrung voraus, den Schritt zu einem neuen emotionalen Durchbruch, die jener des personalen Zentrums entspricht. Hier wird das Sich-Offenbaren des Seins zum ersten Mal transparent indem in der Ekstasis die Barriere des Egoismus zerbricht. Der Mensch erhebt sich zur Weltoffenheit kraft der Demut (Heidegger würde Verhaltenheit sagen) und nimmt Teil an der Sphäre des Absoluten.



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 72] 


[...]


[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 73]

 [...]



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 74]




5. Grenzen des Perspektivismus und ideae cum rebus
 Scheler setzt in der mittleren Phase auf der Ebene des Absoluten eine Korrelation zwischen der Wertewelt und Gott als unendlicher Person an. In der späten Phase kann ein neuer Ansatz festgestellt werden, der eine solche Korrelation überwindet, indem er die Idee eines Gottes, der von Anbeginn an eine unendliche Person ist, wie auch die Existenz einer idealen Welt zurückweist. Die Wertewelt wird jetzt "Wert-sein" genannt, die Ideenwelt "So-sein" und beide zeigen sich eng korreliert



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 76]



mit dem Da-sein. Eine solche Korrelation verhindert es, einen dieser Ausdrücke separat zu betrachten. Es gibt also keine Ideen- oder Wertewelt an sich. Wenn die Werte im übrigen über dem agapischen Prozeß des Absoluten bleiben würden, würde man dann nicht gerade in jenen Teleologismus zurückfallen, den Scheler selbst als "haltlosen Un-Sinn" (9,51) definiert? An diesem Punkt sieht Scheler sich gezwungen, sich mit Augustinus auseinanderzusetzen, der versucht hatte, die platonische Ideenlehre mit der christlichen Theorie Gottes als Liebe zu verbinden: "Die ältere, seit Augustinus herrschende Ideenphilosophie hatte "ideae ante res" angenommen, eine "Vorsehung" und einen Plan der Weltschöpfung schon vor dem Wirklichsein der Welt. Aber die Idee sind nicht "vor", nicht "in" und nicht "nach" den Dingen, sondern "mit" ihnen" (9,40). Nach Scheler beruht die "Ideenlehre der platonisch aristotelisch-christlich theistischen Philosophie" auf allen Irrtümern des antiken Idealismus (wie z. B. Bestand eines geschichtslosen Kosmos, Selbst-macht der Idee,ideae ante res, Vorsehung). So Scheler im Band 11: "Sie leugnet eine ontische Ideen-bewegung und sie meint alle Ideenbewegung verlegen zu können nur in die Geschichte des menschlichen Bewußtseins, das an einer "ewigen Ideenordnung" vorbeifließt. Es gibt aber keine ideae ante res, keine Weltplan, unabhängig und vor dem Weltwerden - unabhängig von der Geschichte, die die Welt ist." (11,260). Mehr: die Ideen und Werte sind nicht nur für den Menschen ante res, sondern auch für die Gottheit selbst: "Alle Ideen in Deo sind zeitlich [...]. Vor dem Weltprozeß gab es keine Idee und nach ihm gibt es keine" (11,208). In Bezug auf den letzen Scheler wird die Gleichheit zwischen Werten und Platonischen Ideen (vgl. Topitsch, 25) fragwürdig.
Es scheint für Scheler also klar zu sein, daß es neben dem Perspektivismus notwendig ist, sich dem Problem der Dynamisierung der ontologischen Ebene selbst zu stellen. Die Ebene des Absoluten kann nicht als ein statisches Objekt dargestellt werden, das sich der Menschheit gegenüberstellt, und sich aus unendlichen Perspektiven betrachten läßt. Die absolute Ebene ist nicht Endpunkt des Erkenntnisaktes, sondern seine unerschöpfliche Quelle. Die einzige Sache, die stabil bleibt, ist wahrscheinlich nur das Prinzip der absoluten Rangordnung. Dagegen hängt der Wechsel des Ethos nicht mehr nur von der Unmöglichkeit ab, alle Werte (die eine solche Rangordnung zu ordnen imstande ist) gleichzeitig zu geben, sondern auch von der Tatsache, daß das Absolute, als creatio continua ständig neue Werte hervorbringt. Die creatio continuabestimmt das vertere ein und derselben Selbst-gegebenheit in ihrer Ganzheit, es bestimmt die Grenzen der Gleichzeitigkeit, die Strukturen des Kairos.
Die Thesen der mittleren Phase laufen Gefahr, in die Abbildungstheorie zurückzufallen: die Widerspiegelung war nicht perfekt und somit blieb die Geschichte und die Wesenserkenntnis inadäquat und bedurfte eines ständigen Prozesses des Zuwachses. Der späte Scheler geht direkt auf das Problem zu und behauptet, daß Erkenntnis keine Abbildung ist und daß die Geschichte keine Teleologie ist, weil es keine in sich bestimmten Ideen gibt, die es widerzuspiegeln oder denen es zu folgen gälte. Die Vorhersehung



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 77]



ersetzt Scheler durch die agapische Tendenz, die als Offenheit zum Heil verstanden wírd. Dieser Prozeß ist nicht teleologisch, er ist nur eine Möglichkeit, die versuchsweise abläuft und deren Ziel nicht vorherbestimmt ist. Gott lenkt die Geschichte und die Welt nicht direkt, weil der theistische Gott nicht am Anfang, sondern nur am Ende der Geschichte steht: es ist ein Gott, der kämpft und der die Geschichte und den Menschen braucht, um Person zu werden. Ein Gott, der keine Sicherheiten gibt, sondern Solidaridät verlangt und dazu einlädt, am Prozeß, der zum Heil führt, teilzunehmen.
Das Ens a se formt das Objekt gleichzeitig mit seinem Modell. Es ist kein Demiurg, der die Welt bildet, indem er sie am Vorbild einer Ideenwelt abbildet. Wenn es Ideen oder Werte ante res gäbe, wäre eine solche Schöpfung keine poiesis, sondern nur eine mimesis. Darum - merkt Scheler - "erübrigt es sich aber auch, Idee schon "vor" und unabhängig vom Werden der realen Welt für bestehend, seiend oder "gültig" zu halten. Sie werden "mit" dem Werden der Dinge - ontisch - und nicht vor ihnen. Wie das endliche Sein überhaupt in jedem Augenblick - der absoluten Zeit - hervorgeht aus dem Ens a se, so er-stehen auch in jedem Augenblick aus dem ideenschaffenden Geiste diejenigen Ideenstrukturen - und infolge dessen auch diejenigen einzelnen Idee -,die zur Leitung der Welt in diesem Augenblick notwendig sind" (11,228).
In der Perspektive eines freien und poietischen Seins sind die Werte und Ideen nur cum rebus. Sie sind Ent-würfe, Versuche, die vom Absoluten im Moment gebildet werden: die Idee und der Wert sind das, was der Urgeist gegen den Urdrang als Rettungsanker wirft, um ihn dem Rückfall ins Nichts zu entreißen. Er bietet dies von Moment zu Moment, um dem Urdrang Form und Bestimmung zu geben und sich so mit ihm zu durchdringen.
Wenn es keine Ideen- und Wertewelt ante res gibt, ist die Erkenntnis keine Kontemplation (theoria), sondern sie wird Teilhabe (méthexis), in einer Bedeutung, die wahrscheinlich im Zusammenhang mit dem Begriff der "Mitwissenschaft" Schellings zu verstehen ist. Sie ist Mitvollzug im Sinne eines Versuchs, sich der Aktivität der Schöpfung, jener Brutstätte, die die creatio continua ist, zu öffnen. Aber dies bedeutet auch, daß das, an dem man teilnimmt, sich ständig nach vorne hin verschiebt. Es handelt sich nicht darum, ein Objekt vorzufinden, das unabhängig von unseren kontemplativen Akten ist, sondern darum, am Konstitutionsakt eines solchen Objekts teilzuhaben (11,120). So Scheler: "Darum ist auch unser Mitvollzug dieser Akte nicht ein bloßes Auffinden [...] sondern ein wahres Mithervorbringen, ein Miterzeugen" (9,40). Erkenntnis und Geschichte folgen der Freiheit des unendlichen ontologischen Prozeßes. Auch wenn sie imstande wären, die vollkommende Adäquation zu erreichen, würde die ontologische Ebene schon einen Schritt weiter sein. Es handelt sich nicht nur um einen hermeneutischen, sondern auch um einen ontologischen Prozeß. Keine theoretische Erkenntnis, keine Abbildung oder anámnesis eine statischen Ideenwelt, sonder nur etwas wie die "méthexis" vermag das ständiger Werden des Seins zu verfolgen.



[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 78]



Mit den Worten Schelers bedeutet das im bezug auf die ontische Ebene: "Die Unfähigkeit der menschlichen Erkenntnis beruht keineswegs nur auf subjektiven Gründen; sie beruht vielmehr auf der Unfertigkeit, dem Werdecharakter des Seienden selbst" (11,261). Dasselbe gilt auch für die Geschichte: "Leben und Geschichte lassen sich nicht vorhersehen, aber nicht wegen den Grenzen unseres Geistes, sondern aus ontischen Gründen" (11,233). Wenn es keine creatio continua, keinen ontischen Prozeß gäbe, würde auch keine Geschichte existieren, oder diese wäre auf ein Marionettentheater reduziert. Aber es gibt keine ideae ante res, deswegen ist "der metaphysische Weltprozeß ontisch un-vorhersagbar" (11,261).




Anmerkungen



[1] Dieser Vortrag nimmt einige Thesen vorweg, die sich in meinem demnächst erscheinenden Buch über Max Scheler finden werden.
[2] Heidegger verbindet Seinsvergessenheit und Wertgedanken, um dann zu behaupten, daß der Wertgedanke in der Metaphysik erst und entschieden allein durch Nietzsche zur Herrschaft gekommen sei, vgl. Heidegger 1961,98.
[3] Es handelt sich dabei um die bekannte These der drei Weltanschauungen. Hier habe ich jedoch nach einem anderen Ausdruck gesucht, der die entscheidende Funktion der Emotionen veranschaulichen sollte. Außer "emotionaler Durchbruch" (vgl. 8,104-105) könnte man auf andere Ausdrücke zurückgreifen, wie etwa "emotionales Verhältnis zur Welt" (10,309), emotionale "Einstellung" (10,380), emotionale "Aufschwung" (5,83), "Dispositionen des Gemütes" (11,64) usw..
[4] Scheler sieht zwei unterschiedliche Perspektiven vor: jene der ontischen Fundierung und jene der Ordnung der Gegebenheit. Die erste betrachtet die Art und Weise wie etwas sich konstituiert in bezug auf den Schöpfungsakt, die zweite betrachtet die Art und Weise wie etwas in bezug auf ein reales Zentrum erscheint. Die zwei Ebenen konvergieren insoweit, als ein reales Zentrum (hier als persönliches Zentrum zu verstehen) fähig ist, sich der Welt zu öffnen und an der Sphäre des Absoluten teilzunehmen. Bei Scheler basiert der Erkenntnisprozeß auf dem ontologischen Prozeß, dies geschieht jedoch auf unterschiedliche Weisen und in unterschiedlichem Maß. In bezug auf die These der Vorgegebenheitspriorität des Wertseins meint Scheler: "Obzwar man richtig erkannte, daß Wertsein in der ontischen Sphäre immer nur Wertsein ist eines schon soseinsbestimmten Daseins eines Daseienden, erkannte man nicht, daß in der Ordnung der Gegebenheit umgekehrt das Wertsein es ist, das "vor" dem Sosein und Dasein gegeben ist, und das wir erkennen können (seinem Sosein nach) und als Dasein erfassen können (als Widerstand gegen unsere im Wollen und Aufmerken gegebene "Tätigkeit") nur, was wir und sofern wir es lieben oder hassen, vorziehen und nachsetzen, d.h. fühlen" (11,62).
[5] Heidegger bestimmt die Werte in Sein und Zeit durch die Vorhandenheit, und in Nietzsche durch die Zuhandenheit.
[6] Wie Frings sagt: "Der Wert des Seins ist das Geschenktsein des Seins" (Frings 1979,5).




[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 79]


[7] Ein Neologismus, der dem Wort Wahr-nehmen nachgebildet ist und sehr gut die Position Schelers veranschaulicht: "Alles primäre Verhalten zur Welt überhaupt [...] ist eben nicht ein "vorstelliges", ein Verhalten des Wahrnehmens, sondern [...] primär ein emotionales und wertnehmendes Verhalten" (2,206).
[8] Der Wert ist das, durch das sich die Qualitäten und die Attribute konstituieren.
[9] Das Substantiv "Wert" wird auf das Adjektiv "wert" zurückgeführt, und dieses generell auf "werden" und "Würde" (vgl. F. Kluge, Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache, Berlin 22. Auf. 1989,788). Das Verb "werden" seinerseits kommt aus dem lateinischen "vertere" (vgl. Etymologisches Wörterbuch des Deutschen, W. Pfeifer Hg., Berlin 1993, Bd. II,1557 e Kluge, 787). Was die Etymologie des Adjektivs "wert" im von Pfeifer besorgten Wörterbuch angeht, sagt man, daß es "offensichtlich zu der unter werden dargestellten Dentalerweiterung indoeuropäisch uert `drehen, wenden' gehört. Möglich ist unmittelbarer Anschluß an die unter -wärts genannten Formen sowie an lat. versus" (Pfeifer,1559). "Versus" ist das Partizip von lateinischen Verb "vertere" und bedeutet Richtung und Sinn, außerdem leitet sich auch die Nachsilbe "-wärts" vom lateinischen Verb "vertere" ab (vgl. Wahring, Deutsches Wörterbuch, 1986,1411).
[10] (Vgl K.E.Georges, Lateinisch-Deutsches Handwörterbuch, Darmstadt 8. Auf. 1985, Bd. II,3439). Hier wird im Folgenden das lateinische Verb "vertere" im Sinne des Sich-Orientierens nach Werten gebraucht.
[11] Das Konzept der Selbst-gegebenheit schließt an jenes der Evidenz an. Normalerweise wird die Selbst-gegebenheit als eigentümliche Evidenz eines Wesens verstanden, das von einem reinen Akt des Geistes ergriffen wird. Dieser Akt hätte also nichts mit der Frage nach den Werten zu tun. Diese Interpretation erweist sich aus mehreren Gründen als problematisch. Scheler behauptet, daß keine Form der Erkenntnis ohne vorhergehende Wert-nahme möglich sei (8,109). Darüber hinaus gerät die Hypothese eines reinen Geist-Subjektes der Wesenserkenntnis in Konflikt mit der These der Ohnmacht: hier reduziert sich der Geist darauf, ein prä-reales Attribut zu sein, das unfähig ist, ohne die Unterstützung des Dranges, auch nur irgendeinen Akt auszuführen, auch jenen der Wesensanschauung nicht. In der letzten Phase hört das Wesen auf, eine reine Schöpfung des göttlichen Geistes zu sein, und verlangt auch nach der Intervention des Dranges: "Das Wesen (als Wesenheit) setzt schon zu seiner Abgrenzug von anderen Wesen das Dasein und den Drang voraus" (11,89; vgl auch 11,250).
[12] Realität wird von Scheler häufig als Dasein verstanden, andere Male hingegen als Konkretion von Sosein, Dasein, Wertsein.
[13] Jede Ebene hat eine eigene Härte, die nur von einem Wert höherer Komplexität druchdrungen werden kann.
[14] Solche Weisen der Teilhabe bleiben aber immer partiell, weil das Absolte immer partiell transzendent bleibt. Dieses ist eine der Hauptthesen des Pan-entheismus.




[G. Pfafferott (Hg.), Vom Umsturz der Werte in der modernen Gesellschaft, Bonn 1997, 80]

  

Literaturverzeichnis

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-Gott und das Nichts, in: Husserl, Scheler, Heidegger in der Sicht neuer Quellen, Hg. E.W.Orth, Freiburg/München 1978, 118-140.
-Demut und Existenz, in: Die Wertkriese des Menschen, Hg. N. Huppert, Meisenheim am Glan 1979. 
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Schmitt C., 1967 Die Tyrannei der Werte, in: AAvv, Säkularisation und Utopie, 37-62. 
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